Ultima modifica: 4 Maggio 2018
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La scuola dovrebbe renderci felici? (letture che fanno riflettere)

LA SCUOLA DOVREBBE RENDERCI FELICI?

La risposta è NO

ma se riformulassimo la domanda in

L’EDUCAZIONE DOVREBBE RENDERCI INTERESSATI ALLA FELICITÀ?

La risposta è SÌ

Una cosa che l’educazione può fare è aiutare i bambini a trovare un linguaggio che sappia trattare adeguatamente i piaceri e i problemi che la felicità presuppone.

Ogni insegnante sa che insegnare non significa semplicemente trasmettere informazioni ma un modo per entrare in contatto, a distanza, con le famiglie dei propri allievi.

I bambini non possono fare a meno di notare, nei compagni e nelle insegnanti, che ci sono molti modi per vivere bene2. La scuola è il luogo in cui il bambino può sia trovare nuove idee sulla felicità, sia notare nuovi modi di essere felici1.

Le insegnanti responsabili dello sportello

Dora Conversano e Gilda Tesse

1. Adam Phillips, Sull’equilibrio, la vita in bilico tra eccessi, desideri e paure Ed. PONTE ALLE GRAZIE

Per un ulteriore approfondimento di seguito è possibile leggere una sintesi del capitolo “Bambini indisciplinati” tratto dal libro succitato.

La scuola dovrebbe renderci felici?

(sintesi)

Nella Dichiarazione d’indipendenza di Thomas Jefferson c’è una frase a proposito dell’educazione: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che  sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità.

Ma cosa significa avere un diritto inalienabile alla ricerca della felicità? Dovremmo intanto notare che è l’unico caso di ricerca di quell’elenco. A prima vista sembra un’ottima idea: nessuno, si presume promuoverebbe la ricerca dell’infelicità. Ma, fortunatamente, e sfortunatamente, sappiamo anche che il piacere, come la felicità, non è affatto semplice come vorremmo che fosse: certi piaceri non ci rendono felici, mentre certi dolori lo fanno. Oggi dobbiamo farci un’idea della ricerca della felicità e se la scuola possa influenzarci in qualche modo cioè quanto i bambini siano influenzabili, e in che modo.

I bambini, naturalmente, scoprono per la prima volta, in un certo senso, cosa li rende felici, o cosa sia la felicità per loro e in questo dipendono dagli adulti che si prendono cura di loro, almeno all’inizio. Esiste un’esperienza fondamentale che qualunque genitore vive col proprio bambino e che ogni insegnante vive con i propri allievi: non è possibile dire a un bambino che non dovrebbe divertirsi mentre fa degli scherzi. I bambini traggono piacere da cose da cui secondo gli adulti non dovrebbero trarre piacere. E questo, quantomeno chiarisce un punto: la scuola rende felici i bambini in modi che noi adulti approviamo e noi adulti diventiamo i detentori delle definizioni accettabili di felicità. I bambini, a mio avviso, soffrono – in un modo di cui gli adulti non sempre si rendono conto – della pressione che i genitori esercitano su di loro perché non rendano i loro genitori infelici, o più infelici di quanto già non lo siano. “Sii felice!” può essere una prescrizione paradossale, come “Sii spontaneo!”

Si tratta di una richiesta che non può essere soddisfatta perché la felicità non è qualcosa che si può chiedere a un bambino.

Ma che genere di linee guida potremmo formulare per permettere ai bambini di essere felici?

La scuola potrebbe dire al bambino: fai solo le cose che ti interessano veramente, indipendentemente da che cosa ne pensano gli altri. La scuola finirebbe così con l’affermare paradossalmente: le nostre regole sono fatte per essere infrante perché sappiamo che,  almeno per alcuni di voi, solo la trasgressione e/o il rischio vi faranno sentire pienamente vitali, e che per alcuni di voi avvertire questo genere di vitalità costituisce l’unica vitalità. Promuovendo la felicità a scuola promuoveremmo, almeno per alcuni allievi, l’eccitazione e non la sicurezza.

Converrebbe iniziare a costruire una moralità osservando che cosa rende felici le persone,anziché impedire loro di scoprirlo quindi una scuola che promuova la felicità come richiesta morale – dovete essere felici, e se non lo siete state sbagliando – è pericolosa.

A mio avviso, quindi, una cosa che l’educazione può fare è aiutare i bambini a trovare un linguaggio che sappia trattare adeguatamente il piacere e i problemi che la felicità presuppone. Così, se potessi riformulare il titolo di questo paragrafo, potrebbe diventare: “L’educazione dovrebbe rendervi interessati alla felicità?”.

La mia risposta sarebbe sì.

L’educazione ci dovrebbe rendere felici?

Be’, no, ma solo perché niente e nessuno possono renderci felici.

Ciò che la scuola può fare è creare le condizioni in cui i bambini possano essere felici, e un ambiente in cui possano cominciare a capire i conflitti in cui la felicità li coinvolge. Se la vita, come disse John Lennon, è ciò che ti capita mentre stai facendo qualcos’altro, allora, forse, così è la felicità.

La scuola dovrebbe fare il possibile per ridurre tutto ciò che rende infelici i bambini – elitarismo, bullismo, eccessiva enfasi sulla competizione anziché sulla collaborazione, insegnamento noioso e/o umiliante, sessismo o razzismo esplicito o implicito, e così via. Senza queste condizioni minime, che è abbastanza difficile fornire, è molto complicato per un bambino ricercare la propria felicità; ma in presenza di tali condizioni, non c’è alcuna garanzia che il bambino possa essere felice. È questo il motivo per cui credo sia utile pensare alla scuola come una sorta di “agente che fa il doppio gioco”, un luogo cioè che promuove l’individuo buono e gentile ma al tempo stesso lo strano, eccentrico delinquente che è ogni bambino.

Per il bambino l’aspetto più importante della scuola è che la scuola non è la famiglia; è un altro posto (lo stesso vale, naturalmente, per gli insegnanti).

Oggi nessuno dovrebbe sottovalutare l’importanza dei genitori e dei fratelli nella vita di un bambino; ma né per questo dovremmo mettere in ombra ciò che la scuola può fare per il bambino.

Nulla nella vita del bambino lo renderà più infelice della sua famiglia, o della mancanza di una famiglia; è una notevole percentuale dell’infelicità dei bambini è legata alla loro vita familiare. Ogni insegnante sa che insegnare non significa semplicemente trasmettere informazioni, ma un modo per entrare in contatto, a distanza, con le famiglie dei propri allievi. Ma poiché la scuola è anche un altro luogo può essere in grado di offrire la possibilità di nuove forme di felicità. La scuola è il luogo in cui il bambino può sia trovare nuove idee sulla felicità sia notare nuovi modi di essere felici. Il bambino, se ne ha l’opportunità, non può fare a meno di notare, nei compagni e negli insegnanti, che ci sono molti modi per vivere bene.

Allora l’educazione dovrebbe renderci felici?

Dovrebbe quantomeno mostrarci le forme che la felicità può assumere, e quelle che la nostra famiglia non è in grado di offrirci.

Allora chiediamoci: se le l’educazione dovrebbe renderci felici, che cosa dovremmo sacrificare in questa ricerca? Vogliamo davvero che i nostri bambini credano che solo una vita felice è una vita buona? Perché se ricerchiamo la felicità a tutti i costi, il prezzo sarà troppo alto.

La felicità è qualcosa su cui è estremamente difficile essere chiari; soprattutto quando si tratta della felicità dei bambini.

Siamo tutti stupiti dalla capacità dei bambini di provare piacere, da quanto apprezzino il fatto di essere vivi, da quanto spesso sembrino felici, per così dire, di natura. Ritengo però che dovremmo distinguere, per quanto possibile, l’innato appetito alla vita di quasi tutti i bambini dal bisogno degli adulti, e dalla richiesta da parte degli adulti, che loro, i bambini, siano felici.

Gli adulti che si prendono cura dei bambini in età scolare devono sapere o almeno intuire cos’è nel miglior interesse del bambino. I bambini scoprono di cosa sono fatte le regole cercando di infrangerle; all’inizio imparano cosa significa seguire una regola; poi scoprono cosa si può fare in generale seguendo le regole, cosa c’è di gratificante nel seguire le regole, e chi stanno gratificando seguendo queste regole. Ciò non significa semplicemente che le regole sono fatte per essere infrante, ma che le regole ci dicono che c’è qualcosa da infrangere.

L’adolescenza ė la fase in cui cominciamo a renderci conto che con le regole possiamo fare anche altro, oltre a esserne plagiati. L’adolescente è qualcuno che cerca di fuggire da una setta. L’adolescente è colui che ha bisogno di sperimentare il tradimento di sé, che ha bisogno di scoprire cosa comporta, o cosa potrebbe comportare, tradire se stessi. Che non vuol dire scoprire cosa significa infrangere le regole, ma cosa significa infrangere regole speciali, essenziali per se stessi.

E a questo scopo è necessario scoprire quali sono queste regole. Il cosiddetto comportamento delinquente è il tentativo non consapevole di capire quali sono le regole davvero importanti per l’individuo. È questa è una delle ricerche più spaventose – anche se non la più spaventosa.

Tradire qualcuno conta solo se, al tempo stesso, tradiamo noi stessi, è qui che l’adolescente tocca nel profondo l’uomo moderno: il tentativo di scoprire cosa significa tradire se stessi, e con quali conseguenze.

Donald W. Winnicott parla di quelli che lui chiama ” bambini criminali”, i quali devono “testare l’ambiente” attraverso un comportamento estremamente negativo.

Solo comportandosi male il bambino può scoprire se i suoi genitori sono forti e determinati, se ci si può fidare di loro. Se il bambino, L’adolescente e l’adulto non si comportano mai male, non possono scoprire come sono fatti davvero il mondo è se stessi. Potremmo paragonare tutto ciò a una continua “prova d’amore” con il mondo, con cui cerchiamo di capire se vale la pena amare e desiderare noi stessi e il mondo. “Amore di vagabondaggio (della mente)” credo faccia parte di questa prova, di questa sperimentazione, che comincia con l’adolescenza e, se le cose funzionano, si interrompe con l’adolescenza. Ma i ragazzi che abbandonano questo progetto fondamentale durante l’adolescenza possono diventare adulti che nel loro intono invidiano gli adolescenti, credendo che gli adolescenti vivano la vita migliore che si possa avere.